Alessandro Vicario sceglie di interrompere il flusso caotico della città con immagini frontali, analitiche, simili a precisi, ordinati prelievi di realtà, come avvolti e isolati dentro un’intercapedine di vuoto. Il suo approccio visivo, così oggettivo e impassibile, volutamente anonimo, ricorda quello dei coniugi Becher e della tradizione fotografica della cosiddetta scuola di Düsseldorf. Vicario però, diversamente dai Becher, non vuole “creare delle famiglie di oggetti”; non manifesta un’impostazione catalogica, non punta alla serie. Segue invece la lezione – propria dei Becher – di uno sguardo privo di giudizi, che sa prendere le distanze dalle pretese proiettive del nostro Io. Capace di un ascolto simile a quello dell’ orecchio-specchio dell’analista, la fotografia di Vicario, come nel caso dei Becher, non si limita però a rispecchiare piattamente il “volto” dei luoghi ritratti, così come l’analista non si accontenta di lasciare banalmente la parola al paziente. Il suo vedere distanziante, nato da un allontanamento di sé e da sé, apre uno spazio, uno scarto che sospende l’univocità dell’interpretazione e si apre all’interrogazione. Nella loro enigmatica posizione frontale – quasi si facessero avanti con uno sguardo perturbante da Medusa – le immagini di Vicario lavorano sul potere straniante della fotografia, sulla sua capacità di creare “una faglia irriducibile tra segno e referente… una distanza che fa vacillare il rapporto stesso tra l’immagine e il suo oggetto ”