Alessandro Vicario, con Nel segreto di una casa, prosegue idealmente due sue precedenti ricerche: Frammenti domestici tra memoria e oblio e Paesaggi d'assenza. Sulle tracce di Lalla Romano, la prima dedicata alla casa ormai abbandonata della nonna paterna, la seconda all’appartamento della grande scrittrice. Sono stanze, queste ultime, che erano rimaste intatte dopo la sua scomparsa, e che Vicario aveva potuto ripetutamente visitare grazie alla sua amicizia con Antonio Ria, il premuroso compagno di Lalla.
Ogni casa – sosteneva Mario Praz – è un “museo dell’anima”, un “archivio di esperienze”, e non semplicemente uno spazio dell’abitare. Ma come fotografare una casa carica di memorie stratificate? Come portare alla luce la storia racchiusa nelle cose, negli oggetti, nelle tracce rimaste in un’abitazione ormai deserta? Vicario se lo è chiesto una volta ancora, di fronte a una vecchia villa in cui per tanti anni erano vissute due sorelle. Loro due non c’erano più, le stanze (a differenza di quelle di Lalla Romano) erano ormai dismesse, in gran parte disadorne. Per rispetto verso la storia di chi l’aveva abitata e vissuta, lo sguardo di Vicario non si sofferma sull’insieme della casa, non mira a descriverla, anzi per certi versi la cela, come se lui avvertisse un bisogno di discrezione. Al contempo non rompe mai le regole della fotografia, non la usa “al contrario”, come ha scritto Tristan Tzara a proposito dei fotogrammi di Man Ray. Tutto all’opposto, Vicario sfrutta fino in fondo il linguaggio della fotografia, assumendolo proprio come una traccia del reale: usa infatti tale linguaggio come un’impronta della realtà, rispettosa e non contaminata da proiezioni interpretative, tanto da riprodurre gli elementi che egli fotografa esattamente nelle loro stesse proporzioni e reali dimensioni. Ponendosi in modo frontale e ravvicinato in relazione alle cose che gli sembrano suggerire la vita di queste sorelle e della loro villa, compie un gesto di aderenza e prensione visiva: un gesto che trasforma gli oggetti rimasti in presenze di ciò che era lì in quel dato momento, con quella luce. Prive di manipolazioni e di ogni romantica interpretazione soggettiva, le sue immagini, con la loro composizione semplice e netta, simili a imparziali e neutrali prelievi di realtà, donano visibilità alle cose così come sono, rivelano il suo desiderio di salvarle dall’oblio e dall’indifferenza attraverso un gesto visivo di prossimità e attenzione.
Nella Premessa al libro Nei mari estremi di Lalla Romano, troviamo citata una frase della saggista Jacqueline Risset: “Il movimento essenziale dello sguardo di Lalla Romano si può descrivere così: l’avvicinarsi, accresce il mistero.” Ebbene, allo stesso modo, questo “avvicinarsi” di Vicario, nell’accogliere gli oggetti della casa in modo frontale, intimo e al contempo oggettivo, suscita un senso di mistero. Isolati dal contesto in cui si trovano, gli elementi che egli fotografa vengono, per così dire, trasportati fuori dal continuum della realtà, in un tempo sospeso, anacronistico.
Mosso dal desiderio di cogliere le tracce del vissuto depositate nella villa, il nostro autore raccoglie frammenti visivi come un tenace collezionista proteso ad ascoltare anche i minimi brusii delle cose con concentrazione meditativa: osserva l’interno dell’anta di un armadio ricoperta di carte colorate ormai consunte, la luce che attraversa i vecchi vetri zigrinati che dividevano le stanze, il piano cottura in ghisa di un’antiquata cucina economica, l’ombra delle foglie degli alberi che si riflettono su una tapparella e su un muro, le tracce lasciate dai quadri sulle pareti, tracce che trasformano le sue fotografie anche in impronte di polvere, di tempo.
Una prossimità, quella di Vicario, che mima un distacco oggettivo, ma al contempo si fa carico di “una superiore pietà” (per usare le parole di Lalla Romano). Il suo sguardo non gioca infatti con l’estetismo del degrado legato all’abbandono della casa, ma punta al recupero della memoria grazie a un avvicinamento che rimanda quasi a una sensazione tattile, a un contatto. Qui il passato si ripresenta sottovoce, come un insieme di frammenti-traccia che lo spettatore è invitato a ricomporre quali tasselli di un puzzle. Nella loro concisa precisione priva di sbavature, le immagini dell’autore, anziché “chiudersi” in una banale descrizione, ci invitano paradossalmente a immaginare di più, a trasformare questi segni in memorie universali. Tutto appare limpido ed evidente davanti ai nostri occhi, ma al contempo tali frammenti visivi divengono impronte d’intimità simili a cenni che rimandano a storie di vita vissuta di cui riavvertiamo il sentore, l’umanità.
Viene così da immaginare la vita di queste sorelle che abitavano la villa come se gli alberi del giardino le avessero protette dal tempo che scorreva, protese a conservare tutto senza cambiare nulla nella loro vita, nelle cose che le circondavano. Vicario, infatti, non sceglie i dettagli più suggestivi, ma quelli capaci di portare alla luce l’atmosfera intima della casa, le esperienze interiori, i taciti vissuti. Proprio il fatto che egli usa la fotografia come un’impronta, un contatto, trasforma le sue immagini in sopravvivenze: in cose che vengono dal passato ma poi si ripresentano, di fronte a noi, per suggerirci la loro storia con un tocco misterioso e sfuggente. Esse non appartengono pienamente alla vita né pienamente alla morte, né totalmente al passato né al presente: esse “vivono” in un tempo paradossale, latente e sospeso, che mette in moto la nostra memoria. Circondate dal silenzio, isolate dal contesto, le cose di questa casa, trasformate in immagini-frammento, è come se ci facessero intuire la vita e l’atmosfera protettiva di una casa in cui l’esterno del giardino l’avvolge come una barriera di verde e di luce.